PASQUA DI RESURREZIONE O DI CONSUMI?

….dando uno sguardo intorno a noi,cogliamo come la nostra società sta cambiando. Emerge subito la perdita di valori, la globalizzazione sta portando un decadimento della nostra cultura. La quale ha visto i nostri Padri combattere e morire per essa. Quest’anno ho notato come la Pasqua del Signore anche da parte di molti ecclesiastici, non è stata proclamata allo stato puro ed essenziale bensì con superficialità adattandosi alle mode del momento. Le settimane di quaresima che hanno preceduto la Pasqua, non hanno reso nel cuore dei tanti quella domanda – dove sto andando?-. Se ricordo solo qualche anno fa non lontano i Sacerdoti i religiosi ed i laici impegnati, parlavano alle folle di giovani in vari contesti di Cristo… senza guardare l’orologio o l’agenda. Oggi ci troviamo dinanzi a Preti manager a Religiosi che fanno da costruttori. E la Pasqua viene presentata come un giorno di riunioni famigliari di grande abbuffata.

Chiudo quest’articolo con una osservazione tutta propria. Vedete: dove entra Gesù, entra con lui la pace, ancor di più entra la gioia che è la pienezza della pace. Al contrario dove non c’è Gesù, non può esservi che agitazione,inquietudine, turbamento, rimorso.
Carissimi ricordiamoci sempre del giorno più felice della nostra vita in cui il possesso, la pienezza della nostra vita si rendeva sensibile al nostro cuore, diventando vero cibo della nostra anima. Agli Apostoli che erano riuniti nella sala di sopra disse Pace a voi! E non solo offrì le sue mani e il suo costato, si posò sulle nostre labbra, entrò nel nostro cuore, diventando vero cibo della nostra anima.
Chiediamoci perchè ora non sentiamo più quella gioia? Perchè non riusciamo più a vivere nella spensieratezza in Cristo? Riflettiamo che le oasi nel deserto devono essere rarissime: ma qualche volta ci vogliono per non venir meno alla durezza del cammino, all’ardente sferza del sole! Preghiamo il Signore risorto affinché ancora una volta prima di morire, potremmo godere di quelle consolazioni veramente celesti, goderle a costo di qualsiasi sacrificio. Potremmo considerarci fortunati.

Quindi carissimi e più tardi di quanto pensiamo, godiamo e sperimentiamo le meraviglie del Signore Risorto.

L.d.

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Esiste ancora un Timoniere sulla Barca di Pietro?

…. da ciò che si legge sui quotidiani in questi giorni , tutto ci fa pensare ad una prossima catastrofe nella Chiesa Cattolica. Leggendo l’intervista rilasciata da P.Sosa il Superiore Generale dei Gesuiti, ci presenta questo signore anch’esso venuto dalla fine del mondo, una Scrittura ed una interpretazione ermeneutica al contrario. Le affermazioni che lui fa sono gravi!
Nel mentre allego ciò che ha scritto a riguardo il Dott. Giovanni Marcotullio- http://www.giovannimarcotullio.com
IL MAGISTERO DEL PAPA NERO

24 febbraio 2017
Il Magistero, si sa, è sempre meglio non commentarlo a caldo. Prima mettersi in diligente ascolto, esercitando “devoto ossequio della volontà e dell’intelletto”; poi osservare “il sacro silenzio” per interiorizzare la lezione magisteriale; infine, se la cosa è necessaria o perlomeno opportuna, pronunciarsi. Se questo vale per quello dei Vescovi e del Papa… tanto più vale per quello del Papa nero, che spesso ha saputo rivelarsi profetico rivelatore dei tempi a venire. Una volta, appunto.

Perché oggi, almeno a leggere la (preziosa) intervista di Giuseppe Rusconi al padre generale Arturo Sosa, il Papa nero non guarda più avanti del Tiresia dantesco (che cammina con la testa ritorta verso le terga). L’intervista è ampia e dettagliata, spazia dal giusto allo scandaloso passando per l’ovvio e l’ambiguo: voglio però concentrarmi su due soli punti, che mi paiono più densi di significato.

ANZITUTTO LA QUESTIONE DEL REGISTRATORE

Ieri un’amica mi mandava questo messaggio:

Trovato in una giara un registratore del 33 d.C. I ricercatori hanno tradotto dall’aramaico: «In verità, in verità vi dico: il Generale dei Gesuiti è un coglione»

Così, a naso, direi che il lóghion riportato non sia un ipsissimum verbum Iesu. Ma certamente ha le sue ragioni redazionali, diciamo così.

Ad esempio, che dire di questo passaggio dell’intervista?

Ma allora, se tutte le parole di Gesù vanno esaminate e ricondotte al loro contesto storico, non hanno un valore assoluto…

Nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù… capire una parola, capire una frase… le traduzioni della Bibbia cambiano, si arricchiscono di verità storica… Pensi un po’: per me, venezuelano, una stessa parola può avere un significato diverso se detta da uno spagnolo… Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane. Sa che cosa dice san Paolo? «Non ho ricevuto il Vangelo da nessuno degli Apostoli. Sono andato a trovare Pietro e Giacomo per la prima volta tre anni dopo la conversione. La seconda, dopo dieci anni e in quell’occasione abbiamo discusso di come va compreso il Vangelo. Alla fine mi hanno detto che anche la mia interpretazione andava bene, ma una cosa non dovevo dimenticare: i poveri…». Perciò è vero che nessuno può cambiare la parola di Gesù… ma bisogna sapere quale è stata!

Una bella giravolta gesuitica, un sorriso sornione et voilà: i principî ovvî di una sana ermeneutica biblica assurgono a dogma protagoreo. Poi, senza poter capire come, la Leben Iesu Forschung [“Inchiesta sul Gesù storico”] e la quæstio de verbis ipsissimis Iesu [“ricerca sulle esattissime parole di Gesù”] smettono di essere un problema storico-esegetico e diventano una questione pastorale. D’emblée.

E’ discutibile anche l’affermazione (cfr. Matteo 19, 3-6) “Non divida l’uomo ciò che Dio ha congiunto”?

Io mi identifico con quello che dice papa Francesco: non si mette in dubbio, si mette a discernimento…

…cioè si mette in dubbio, poiché il discernimento è valutazione, è scelta tra diverse opzioni… Non c’è più un obbligo di seguire una sola interpretazione…

No, l’obbligo c’è sempre, ma di seguire i risultati del discernimento. Non è una qualsiasi valutazione…

Però la decisione finale si fonda sul giudizio relativo a diverse ipotesi…Prende in considerazione dunque anche l’ipotesi che la frase “l’uomo non divida….” non sia esattamente come appare… Insomma mette in dubbio la parola di Gesù…

Non la parola di Gesù, ma la parola di Gesù come noi l’abbiamo interpretata… Il discernimento non sceglie tra diverse ipotesi ma si pone in ascolto dello Spirito Santo, che – come Gesù ha promesso – ci aiuta a capire i segni della presenza di Dio nella storia umana.

Ora, cominciamo da quest’ultima cosa, visto che anch’io (nel mio piccolo) mi vanto di essere un figlio di sant’Ignazio e un ex alunno della sua università: gli Esercizî Spirituali di Sant’Ignazio sono la matrice del “discernimento” gesuitico, e gli Esercizî servono, secondo il loro autore, «para vencer a si mismo y ordenar su vida, sin determinarse por affeccion alguna que desordenada sea» [«per vincere sé stessi e mettere ordine nella propria vita, senza prendere decisioni per alcuna affezione che sia disordinata»]. Mi sono innamorato della Compagnia di Gesù per questa cristallina chiarezza dei fini di ogni azione, teologica e pastorale: per questa suprema trasparenza del fine ultimo del pensare e dell’agire apprezzo perfino il “gesuitismo” – e l’autoironia, che era (una volta, temo) la sorella gemella dell’altrettanto famigerato orgoglio gesuitico. Una sorella che temperava l’asprezza del gemello… –; ora mi dispiace intimamente vedere tanto appannata quella chiarezza. La tortuosità delle parole dei gesuiti, che tempo fa mi pareva perfettamente giustificabile in quanto finalizzata alla felicità dell’uomo, cioè alla sua Salvezza, mi sembra oggi quasi fine a sé stessa, come se fosse ordinata a una salvezza che si presume coincidere con ciò che, anche nelle “affecciones desordenadas”, appare la felicità. Almeno quando leggo parole come quelle di Sosa in risposta a Rusconi. Povero sant’Ignazio.

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Albert Schweitzer (1875-1965) – medico, matematico, musicista, filosofo, teologo, missionario, premio Nobel per la pace (lo amo. Si capisce?)

Ma torniamo al punto precedente: i progressi degli studî storico-critici su Gesù e sulle sue parole. Sosa parla di «un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù», e dice che questa ricerca caratterizzerebbe l’ultimo secolo. Io invece non posso impedirmi di ripensare che l’oggetto della ricerca sul Gesù storico così come lo definisce lui è tipico di quella sua prima fase che proprio un secolo fa terminò. Fu una fase tanto arrogante nelle ambizioni quanto modesta nello strumentario ermeneutico (e inconsistente negli esiti): a porle la lapide funeraria sopra fu la benemerita tesi di laurea in teologia di quel genio che fu Albert Schweitzer, “Geschichte der Leben-Jesu-Forschung” [Storia della ricerca sulla vita di Gesù] (1906). A cosa arrivava Schweitzer (che nella vita ha fatto più missione di cento gesuiti “pastoralisti” dei nostri giorni)? A documentare, fugando ogni ragionevole obiezione, che quella ricerca incappa fatalmente nell’esito di attribuire a Gesù i proprî sentimenti, i proprî pensieri.

Le fasi posteriori, quelle del XX secolo, si sono concentrate su obiettivi molto meno utopistici di quelli della prima, ma nella narrazione spicciola è lo scopo della prima a essere declamato come fine della Quest. Alla fine dei conti – lo ricordava Benedetto XVI nel suo Gesù di Nazaret – l’esegesi deve arrendersi al fatto che i Vangeli sono storicamente più attendibili di qualunque altra fonte e soprattutto di qualunque ricostruzione critica che pretenda di “discernere” il testo dal contesto. Il discernimento è una cosa seria e sacrosanta, non una foglia di fico per l’arbitrio.

POI LA FACCENDA DEL CONCILIO

L’altra cosa che mi ha colpito, nell’intervista, è il richiamo martellante al “Concilio Vaticano II”.

Ma, padre Sosa, non c’è magari qualche differenza piccola piccola tra il fondamentalismo islamico e quello che Lei definisce “fondamentalismo cristiano”? Di sicuro quello islamico si esprime attraverso gli attentati terroristici, preferibilmente in luoghi affollati. E si basa anche sull’interpretazione di diverse sure del Corano, oltre che sull’esempio dello stesso Profeta. Quello che Lei ritiene ‘fondamentalismo cristiano’ non si caratterizza certo per gli attentati terroristici…

Però i due fondamentalismi si possono paragonare nell’atteggiamento. E’ certo fondamentalista l’atteggiamento di chi critica radicalmente il Concilio Vaticano II, questo nuovo modo di essere Chiesa che oggi è incarnato dal magistero di papa Francesco… Dicono di essere più fedeli di lui al Vangelo…

È vero che “fondamentalismo” è una parola di origine cristiana (protestante) e non si applica all’islamismo se non secondariamente, e con una ben precisa declinazione. La faccenda è un’altra: da una parte si dice che il depositum fidei del Vaticano II si riassume nel magistero di Papa Francesco (il che, in senso stretto, non è vero e non potrebbe esserlo per alcun Pontefice); dall’altra che i lefebvriani, ovvero gente che «critica radicalmente il Concilio Vaticano II», possono rientrare in comunione con la Chiesa di Roma senza accettare tutto e intero il Vaticano II. Era domenica 10 aprile 2016, quando monsignor Bernard Fellay disse, predicando pubblicamente a Puy-en-Velay:

Il giorno dopo abbiamo visto monsignor Pozzo, il responsabile della Commissione Ecclesia Dei, di quest’istanza romana che si occupa di noi, e monsignor Pozzo ci ha detto: «Noi pensiamo (“noi”, cioè la congregazione della Fede, non solo lui) che non dobbiamo domandarvi se non ciò che si domanda e che è necessario ad ogni cattolico, e niente di più». Pozzo ha sviluppato questo pensiero dicendo: «Ebbene, il concilio Vaticano II non è dottrinale, e quindi questo non possiamo domandarvelo». È stato anche più chiaro: «Voi avete il diritto di difendere la vostra opinione sulla libertà religiosa, sull’ecumenismo, sulla relazione con le altre religioni – Nostra Ætate». È stato così sorprendente che gli ho detto: «Non è impossibile che le domandi di venire a dire questa cosa da noi».

Ciò non è accaduto, che io sappia, ossia Pozzo non è andato a Puy-en-Velay a ripetere queste parole. Neppure so di smentite, tuttavia. Ho solo letto delle risposte del vescovo di Curia romana a Christ und Welt qualche mese più tardi.

Il Concilio non è un Superdogma pastorale, ma fa parte dell’intera tradizione e dei suoi insegnamenti permanenti: mentre la tradizione della Chiesa continua ad evolversi, non è mai nel senso dell’innovazione, che sarebbe in contrasto con quello che esiste già, ma piuttosto verso una comprensione più profonda del Depositum Fidei, il patrimonio autentico della fede. Tutti i documenti della Chiesa vanno interpretati in questo senso, inclusi quelli del Concilio. Questa premessa, assieme all’impegno per la professione di fede, il riconoscimento dei Sacramenti e la Supremazia Papale formano la base per la dichiarazione dottrinale che sarà sottoposta alla Fraternità per la firma. Sono questi i requisiti con i quali un cattolico può essere in piena comunione con la Chiesa Cattolica.

Molto diverso dalle parole riportate da Fellay… Certo, resta diverso dire “c’è una gerarchia dei documenti del Vaticano II, così come c’è una gerarchia delle fonti e una gerarchia delle stesse verità” oppure “se qualcosa del Vaticano II non vi piace, lasciate pure nel piatto”. Quello che mi preme qui osservare è che queste misuratissime parole di Pozzo sono incompatibili con le entusiastiche (e approssimative) affermazioni del Papa nero.

Al quale, in ultimo, vorrei solo ricordare che proprio perché non siamo né di Apollo, né di Paolo, né di Cefa, sappiamo pure che l’interpretazione autentica del Vaticano II appartiene unicamente alla Chiesa di Cristo (il quale «è lo stesso ieri, oggi e sempre»). E quest’ultima ne ha visti, di Papi… bianchi, rossi e neri. Senza scomporsi mai più di tanto.

Sappiamo digiunare
sappiamo pregare
sappiamo aspettare

(Hermann Hesse, Siddharta)

ringrazio l’autore dell’articolo per la sua forbita preparazione nel commentare questa intervista.
ld.

Il giovane favoloso

La ragione umana può avvicinarsi al vero solo dubitando. Chi dubita sa e sa più che si possa Giacomo Leopardi Da “Il giovane favoloso” un film di Mario Martone del 2014 con un bravissimo Elio Germano che ci regala, del nostro Grande Poeta, un ritratto coinvolgente,riuscendo a trasmettere quella melanconia tragica che ha accompagnato ogni […]

via Il giovane favoloso — tramineraromatico

L’attesa del compimento

Carissimi siamo ormai prossimi alla conclusione del Tempo Ordinario, inizia un percorso segnato da momenti forte di riflessione. Con l’inizio del tempo di avvento ci immergiamo nell’immenso disegno che Dio ha voluto fare donandoci il Suo Figliolo prediletto Gesù Cristo.

ld.

NATALE DELLA RISCOPERTA IN UNA SOCIETA’ CHE ARRANCA

 

 25.12.2016 

NATALE DELLA RISCOPERTA 

Vangelo Lc 2, 1-14

Dal Vangelo secondo Luca

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”. E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”. Parola del Signore

RIFLESSIONE

Sono tanti i sentimenti, le emozioni, i ricordi, i desideri ed anche i timori, le perplessità, le paure che albergano oggi nel cuore di ciascuno di noi. Due parole in particolare della liturgia del Natale mi hanno colpito in questo anno. La prima è la parola che gli angeli rivolgono ai pastori: “Non temete, rallegratevi vi annunziamo una grande gioia…” e la seconda è dal profeta Isaia: “Il popolo che camminava nelle tenebre vide una grande luce” Si può davvero gioire? Non sarà una stanca ripetizione ormai legata ad abitudini e tradizioni quella che la Chiesa ogni anno ci ripropone nella festa del Natale? Davanti a quegli aerei che entrano nelle torri gemelle, davanti alle bombe che fanno stragi, davanti a bambini e adulti che vivono da schiavi e da schiavi muoiono di fame e di stenti che gioia puoi provare? Che gioia quando l’uomo vive vergognandosi di appartenere ad una umanità così deturpata? Quando la paura si impossessa di ogni uomo sulla terra e lo rende violento contro il fratello?

Siamo davvero il popolo che cammina nelle tenebre. Le tenebre sono attorno a noi e in noi; sono le tenebre che nascondono la verità e allora una guerra che è un male diventa santa e la vendetta si riveste di giustizia. E’ buio nel cuore dei potenti della terra che non riescono più a vedere l’uomo ma solo il loro potere ed è buio anche nel nostro cuore perché l’egoismo, il peccato ci ha accecati e parliamo di verità e di giustizia, ci facciamo campioni ed eroi di scelte umanitarie mentre spesso non riusciamo a vedere neppure il fratello; anche il “buonismo” con cui credevamo di mascherarci per le feste natalizie ci diventa stucchevole: quasi quasi è meglio diventare cattivi, intanto sembrano i soli ad aver sempre la meglio, oppure rintaniamoci nelle nostre case, lasciamo che il mondo si distrugga, fin che possiamo facciamo finta che la cosa non ci riguardi…

“Rallegratevi…” C’è ben poco da rallegrarsi! E invece la festa di oggi ci dice che c’è proprio da rallegrarsi perché Dio non ha abbandonato gli uomini e viene. “Tutte storie! Gesù è venuto duemila anni fa. I preti dicono che ha portato la salvezza all’uomo, ma l’uomo è sempre peggiorato anzi, addirittura nel nome di Cristo si sono fatte guerre. Dov’è la sua salvezza? Dove i buoni e i giusti, se ancora ce ne sono, trovano rispetto, perché lascia che il male abbia il sopravvento?” Anche se non posso sorridere gioisco nel fondo del cuore perché Dio è venuto e viene ancora. Egli non si è stancato degli uomini, Egli, pur sapendo che l’uomo continua sulla strada del peccato e dell’egoismo continua a dirgli e a dirmi: “Ti voglio bene”.

Dio non si scomodato guardando dall’alto la terra e scagliando qualche fulmine, Dio si è fatto uomo, anzi Dio, quel bambino nato da Maria che contempliamo oggi nel presepio, per dirci che ci voleva bene si è caricato delle nostre colpe, ha sofferto per noi e il suo sorriso di bimbo e il suo volto di crocifisso mi dicono: “Ti voglio bene!”. Se i cuori oggi sono induriti, se si sente il gelo della paura, se il terrore e la violenza dilagano c’è solo una parola che può far ritrovare se stesso all’uomo: un Dio che ci dice: “Nonostante tutto, ti amo”. C’era una volta un uomo ormai vecchio, barba e capelli bianchi, pelle secca. Era un uomo solo. Nella vita era sempre stato solo, non aveva mai avuto amici, non aveva mai ricevuto regali e d’altra parte nemmeno lui non aveva mai fatto regali ad alcuno. Era un uomo chiuso, non apriva l’uscio di casa a nessuno. Invecchiando teneva chiuse anche le finestre, di notte e di giorno. Un giorno alcuni ragazzi, incuriositi andarono a bussare alla sua porta. Bussa e ribussa, ma l’uscio non si aprì e l’uomo non si affacciò. La favola racconta che anche il vento che soffia dovunque si era incuriosito di quest’uomo. Il vento disse ai ragazzi: “Ci provo io a fargli aprire almeno le finestre. Il vento ce la mise tutta soffiando a più non posso, sbatacchiando le tegole di quella casa che volarono via come piume. Ma l’uomo solitario non si fece vedere. “Forse è già morto”, dissero i ragazzi. Uno di loro propose: “Tiriamogli i sassi nei vetri… e così fecero, ma l’uomo non si fece vedere. A tutta questa scena aveva assistito anche il sole, ed era un sole che rideva… Proprio lui, il sole disse: “Vi faccio vedere io come si fa a fargli aprire le finestre. Il sole sfolgorò raggi di luce e di calore sempre più intensi, sempre più forti. Alla fine successe il miracolo: quell’uomo, dal gran caldo spalancò le finestre, spalancò l’uscio e scese per strada a cercare acqua fresca e ombra. In strada vide quei ragazzi e sorrise loro. Disse il sole: “Per fare aprire ci vuole non la tempesta del vento, non i sassi che spaccano, ci vuole il caldo del sole” Dio ha scelto questa strada, non viene per spaccare i vetri, per scombinare le cose, viene a scaldarci il cuore. Un Dio bambino non fa paura, ma tenerezza. Davanti al Dio potente, al Dio terribile si aggiungerebbe terrore a terrore, davanti ad un bambino in una stalla, come davanti ad ogni piccolo, ad ogni povero che soffre, o non sei più uomo, o ti senti toccato dentro. Un bambino è la forza della vita, è la speranza del domani. Un Dio che ti ama con i sorriso di un bambino non può che aiutarti a ritrovare dentro di te le cose semplici e buone che ti ricostituiscono uomo, figlio di Dio Io non so che cosa cambierà dopo questo Natale. Forse tutto sarà come prima: paure, guerre, violenze, ma accontenterei che io, che ciascuno di noi che ha celebrato il Natale di Gesù, abbia sentito il calore che Dio è venuto a portarci e che ciascuno di noi, nel suo nome cerchi di scaldare il cuore del suo vicino, allora, come Maria anche noi avremmo generato il Figlio di Dio che continua a farsi uomo per salvare l’uomo.

 

Riflessione

Carissimi siamo ormai giunti alle porte del Natale! Le strade sono intasate di macchine di persone che fanno le corse per l’ultimo regalo. In questi giorni ho sperato di vedere le Chiese intasate per confessarsi, per rendersi utili per i meno ambienti. Ancora sul viso dell’uomo scorre l’indifferenza, la noia, l’insoddisfazione. Tutto questo perchè si vive il quotidiano dell’incertezza del provvisorio. Quindi carissimi svegliatevi che è più tardi di quando pensiamo. Accogliamo il Cristo che viene ricordandoci la nascita ed il cambiamento.-L. de Simone

 

CICLO MEDITAZIONI AVVENTO ANNO A

11/12/2016

3 Domenica di Avvento – La gioia nel Signore…. saper aspettare Dio nel mondo.

  • Evitare le illusioni. ” Sei tu quello che deve venire?”: era una domanda frequente e ardente come le sabbie del deserto, come lo spirito di Giovanni Battista. Per secoli l’umanità si è interrogata sul Dio misterioso che sta sempre venendo.
  • L’uomo non sempre si chiede da dove viene e dove sta andando! Così distratto dalle corse e dalle cose anche effimere che lo circondano. Se si interroga la scrittura essa ci risponde, ci dà le spiegazioni che cerchiamo. Non cercando in essa il significato come un dizionario bensì come PArola di Dio. Nella vita del cristiano o ce il tutto o ce il nulla! Saper aspettare il Signore che viene nel compimento della nascita al mondo, ci deve essere in questo tempo di Avvento la gioia dell’attesa e la preparazione del cuore a saperlo accogliere. Pronti a non farci trovare impreparati.  Per cui alziamo le nostre membra intorpidite e diamo lode al Salvatore che viene.
  • Buon cammino.

Testo di riferimento:  Matteo 11,2-11.

27/11/2016

1 Domenica di Avvento – Attesa 

Testi di riferimento: Is 2,1-5; Rm 13,11-14; Mt 24,37-44.

L’inizio di questa attesa di questo percorso, porta chiedersi cosa significa per noi l’Avvento l’attesa! Diventa una rinascita spirituale che porta ad una conversione del cuore? Oppure la viviamo come sola tradizione? Vivere il mistero del Cristo Incarnato del Dio fatto uomo come una mera ritualità è meglio non viverlo.

Non si può pensare di guardare all’Eterno come un rito o una usanza che ricorre solo una volta l’anno. Uno dei modi privilegiati, oltre quello della preghiera e della grazia che Dio concede ad ogni uomo che lo cerca, che cerca insistentemente il suo volto, è quello di leggere e meditare la Scrittura, il testo sacro della nostra fede cristiana. Già un grande dotto cristiano, appassionato come pochi della Bibbia e della conoscenza del mistero di Cristo, con frase lapidaria  ha scritto : – Ignorare le Sacre Scritture è ignorare Cristo – (ignoratio Scriptururarum ignoratio Christi est).

Tempo di Vigilanza e di speranza 

Nella Parola donata, siamo introdotti a meditare su questa grande realtà della storia della nostra salvezza; nello  stesso tempo essa ci indica  gli atteggiamenti interiori, e quelli sociali e comunitari, che dobbiamo alimentare in questo periodo forte di attesa, di vigilanza e di speranza. Considerando il Vangelo è Gesù stesso che ha parlato di una sua seconda venuta al di là della sua morte e della sua risurrezione: una venuta alla fine dei tempi, al termine della realtà di questo mondo. Il nostro sguardo oggi si orienta verso queste realtà ultime e definitive. Nel suo insegnamento Gesù suggerisce a noi credenti dia vere atteggiamenti di vigilanza, senza lasciarci imbrigliare e imprigionare da sentimenti legati soltanto alla dimensione terrestre: – Come fu ai giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio di dell’uomo -(Mt 24,37).

La speranza cristiana non è attesa passiva, che si accontenta di giudicare e rifiutare il mondo perverso, per rifugiarsi nell’intervento risolutore da parte di Dio. Come alla fine dei tempi, sempre il tempo di Dio è sorpresa, giudizio, sconvolgimento delle acquiescenze e degli adattamenti quotidiani. Ogni epoca, generazione, società e tentata di – mangiare, bere, prendere marito e moglie – , imprigionando esigenze, interessi e ideali dentro un orizzonte meschino e terrestre, o sognando un futuro, conquistato senza il costo della conversione e della responsabilità operosa.

La vigilanza cristiana saprà riconoscere le strade di Cristo, che di volta in volta sono al passo, contraddicono superano il cammino degli uomini; saprà, vincendo l’abitudine e lo stordimento, ascoltare le sue parole dentro le parole umane sincere, oppure andare oltre la loro insufficienza,, seduzione, inganno.

Destatevi dal sonno, accogliete la luce che rischiara in modo nuovo l’esistenza, andate incontro al Signore in novità di vita.

2^ Domenica di Avvento

Ancora una volta cari amici il Signore ci invita ad essere presenti in questo tempo forte di avvento. Mentre scrivo queste righe penso ad Alfio, un ragazzo che le vicissitudini della vita lo hanno provato. Un giorno mi chiese perchè Dio non lo aiutasse nel suo percorso così travagliato. Io con un po di difficoltà cercai di dirgli che Gesù è amore che attraverso la Sua nascita e la Sua morte ha riscattato i nostri peccati anche di quelli più deboli, e gli dissi anche anche i tuoi. Lui mi guardò perplesso e mi disse che nessuno fino a quel momento gli aveva parlato  così semplicemente, senza nessun tipo di archetipo teologico. A quel punto gli dissi che io ero un peccatore come lui.

Alfio a quel punto iniziò un percorso di rinnovamento di approfondimento spirituale nel quotidiano. Carissimi questo è l’avvento buona domenica.

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MALDICENZA E CALUNNNIA

Cosa è esattamente la maldicenza? E in cosa differisce dalla calunnia? La  maldicenza è, il parlare male degli altri. Le cose riferite possono anche essere vere ma, se sono fine a se stesse e non sono dette per aiutare il fratello, vanno a scapito della reputazione della persona che è oggetto di quelle chiacchiere. Diventa calunnia quando le cose riferite sono coscientemente false e attribuiscono a una persona delle colpe, delle parole o dei fatti che ne ledono la dignità e l’onore. La calunnia quindi è più grave, tanto che anche per la legge dei paesi civili è ascritta fra i reati perseguibili penalmente.

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